lunedì 27 dicembre 2010

Giallo Tufo di Francesco Escalona


Giallo Tufo di Francesco Escalona


Giallo Tufo è un Romanzo d’amore retto da una struttura governata dall’anima, ma è anche un giallo, sicuramente atipico: una morte improvvisa, una eredità, una indagine, diverse piste da seguire…; un viaggio investigativo, nello spazio e nel tempo, circondati da grandi e piccole storie. Con un finale rivelatore …

Segnalato da Rossana Di Poce


SACRIFICIO D LOVE


Un brano molto bello scritto da una ragazza di Trento, Annalisa Dolzan, classificatosi 1° nel concorso "Vita Nòva", pubblicato nell'inserto "Nòva" de "il sole 24 ore". In tale concorso si chiedeva ai candidati di realizzare un elaborato che meglio rappresentasse la nostra vita in un futuro remoto.
Inviato da Michele P.M.




SACRIFICIO D LOVE

Il mondo che verrà avrà i tuoi occhi: dolci e puri e carichi d’amore. Curiosi del mondo e comprensivi. A volte insondabili e tristi. Il mondo che verrà avrà il tuo calore: un abbraccio che mi fa sentire sicura e protetta, al posto giusto nell’universo.
Avrà la tua voce per parlare di ogni cosa, idee, pensieri, pernacchie e risate. Nel cuore, la tua anima candida e incorruttibile.Amor, ho trovato cuesta vekia page del 2075. Ella rakiude ciò que ancor provo x te.
Dear Leonardht, sapevo que se every huomo fosse stato come te, il planet stato sarebbe 1 place deño in cui live. Ero young & romantic, remember? Volevo rinascere stella x go cercarti, cometa da rincorrere nello universe. Gabbiano x ridere insieme alle palms la nostra phelicity d volare phino al sunset.

NON SONO + YOUNG & NON + INESXTA. HO PROPHESSATO IN CORTEI INTERNATIONAL LA NECESSITY D GOVERN LE NASCITE, LA FIGHT X RIDURRE HYPER-POVERTY & INJUSTICE SOCIALE. ORA NON +. ORA SO QUE LE COSE CHANGE.
TROVERAI MY LETTERS X RAKONTARTI L’EVOLUTION DEL WORLD. È DAL -16 BRUMAY 2089 QUE T SCRIVO & MI MANKI.
¿REMEMBER? ERA IL NOSTRO ANNIVERSARY. MY SECRET REGALO: PHARTI IBERNARE. NEL SORVETE AL LEMON, IL PHILTRO. T ADDORMENTASTI COME 1 ANGIOLO, MA IGNARO. NON ERO SURE SE AVRESTI XMESSOMI D PHARE CUESTO DONO AL WORLD. OGGI-SUX-OGGI È IL MOMENT DEL RISVEGLIO. HO SOPHERTO MUCHÍSIMO WITHOUT YOU MA ERA LA MIA UNICA CHANCE TO REALLY CHANGE THE WORLD.
OGGI SIAMO POKI A REMEMBER. DOPO LA 3° PACE KIMICA IL PLANET È CUASI DESERT, MA NATURE HA RIPRESO IL SUO CORSO & LE FORESTS HAN RICONCUISTATO ETTARI D TERRA, I PHIUMI SON RIKI D PEIXE; PHORME NEW D LIFE EXIST.
VEDRAI, AMOR, LE GIGANTI PHARPHALLE NELLO SKY & MINUSCOLE CUERCIE NEI PRATI, ¡MARGHERITE VIOLET E AL PROPHUMO D PETROLUEM ARVENSIS!

AMOR, HO SMESSO D INNEGGIARE PUDDIAN SLOGANS: SUPER-SOVRAPOPULATION & POVERTY, MISERY & OLIGARKY NON SONO +++ 1 MEGA-PROBLEMA. SIAMO POCHI-SUX-POCHI, 1 REAL OLD COMMUNITY ANKE SE NON TUTTI SPEAK LA MÊME LINGUA… MA IMPARERAI SUX-PRESTO, TU, I KNOW .
DEAR LEOH, PEACE REÑA OGGI NELLO UNIVERSE: 150.000 HUOMINI & DONNE, ANZIANI & CHILDREN ASPETTANO ¡“THE MIRACLE”! TOMORROW NASCERANNO 2 MILLIONS D CLONI TUOI & D JOSEFA HOLLERON, (1 SUX-DONNA SCELTA X LA MISSION): I CHILDREN DEI VOSTRI CLONI SARANNO BUONI-SUX-OTTIMI, SANI & AMOROSI, INTELLIGENT DEPOSITARI D SANI PRINCIPLES E PHORIERI D NEW IDEALS.
…. CERTO-VERO-CERTO…., AMOR, NON ESCLUDIAM 1 PO’ D CHAOS, (¡¡¡SOPRATTUTTO X LE COPPIE NEW!!!), MA TUTTOEVERYTUTTO ANDRÀ BIEN, VEDRAI.

LA NEW & XPHECT HUMANITY – CIANCIA DEI SIÈCLES PASSATI ¬¡DOMANI NASCERÀ!
BELIEVE ME, L’HO FATTO X LOVE & NON WORRY, AMOR, XKÈ NON CORRI DANGER. ANKE NOSTRO PHILHO JOLEFRON È CON TE & T HA VEGLIATO SEMPRE.
NON VEDO IL TIME D RIABBRACCIARTI, SENTIRE LA TUA VOICE & XDERMI NEI TUOI EYES. COMETA PHRA LE COMETE RAGGIUNGIMI DALLO STELLATO SKY.
SEMPRE-HYX-SEMPRE TUA, BERENYCHE

CASTELNEW A/A, -17 AUGUSTAIO 2149

Inviato da Michele P.M.

lunedì 20 dicembre 2010

Buon Natale e Felice Anno Nuovo

Auguri

La Vera Felicità
è dentro di te.
Non perdere tempo e
non fare sforzi inutili
per cercare soddisfazione, gioia e serenità
nel mondo esterno.
Ricordati che la felicità non consiste nell’avere ma solo nel dare.
Porgi …una mano.
Condividi. Sorridi. Abbraccia.
La felicità è un profumo che non puoi versare sugli altri senza ritrovarti con qualche goccia addosso.

Og Mandino
,

lunedì 13 dicembre 2010

Amabili resti di Alice Sebold


Amabili resti di Alice Sebold




RIASSUNTO


Susie Salmon, una normalissima ragazzina di 13 anni che viveva in una piccola città, un giorno tornando a casa è stata attirata da un vicino con la scusa di mostrarle una cantina che lui stesso aveva scavato sotto terra, incuriosita lo seguì, ma presto iniziò a sentirsi a disagio il quella piccola stanza sotterranea e voleva tornare indietro. Il vicino non gli e lo permise, la violentò e la uccise la stesso, la tagliò a pezzetti e, mentre i suoi familiari, a pochi metri di distanza, iniziavano a preoccuparsi e a cercarla ovunque, l'assassino tranquillamente si liberava dei resti, tenendo per se un piccolo bracialetto con dei ciondoli (ognuno con un particolare significato per la piccola Susie).

Dopo qualche giorno di ricedrche, il cane di altri vicini tornò con un gomito che la polizia analizzò e stabilì fosse della piccola scomparsa, da quel momento in poi si iniziò a cercare un cadavere e non più una bimba scomparsa. Nonostante l'evidenza il padre continuava a sperare e ad infondere fiducia alla moglie distrutta dal dolore, la figlia minore iniziava a rendersi conto di quello che era successo e il piccolo di quattro anni all'oscuro di tutto continuava a fare domande senza ottenere risposte.

All'atto della morte, quando l'anima della piccola Susie lascio il corpo per salire in cielo si scontrò con Ruth, una ragazza un pò solitaria che frequentava ala stessa scuola e che avvertì la sua presenza e ne rimasescossa e coinvolta per ilresto della sua vita. Secondo il libro ogni persona morta ha un suo cileo all'interno del quale si possono avere desideri da realizzare, escluso quello di tornare sulla terra, nel suo cielo Susie incontrò una bambina con la quale diventarono amiche e poi man mano il che il suo cielo si allargava conobbe altre persone. Susie trascorreva il suo tempo a guardare giù sulla terra e a cercare di comunicare, in particolare con il padre per aiutarlo a trovare i suoi resti e l'assassino.

Un giorno il padre si trovò ad andare dal vicino il Sig. Harvey, lo trovò che costruiva una strana tenda in giardino e si mise ad aiutarlo, chiacchierando con lui intuì che era l'assassino di sua figlia e ne parlò subito con la polizia, ma non fu creduto, e dopo questo incontro gli fu anche suggerito di non rivolgersi più alla polizia ma una volta avuta la certezza farsi giustizia da solo.

Nel frattempo il grande dolore iniziava a creare divisioni ed allontanamente in famiglia, specie fra i due coniugi. Una sera il Sig. Salmon vide delle luci dirigersi nel campo di granturco, dove era stao trovato sangue di Susie e da dove probabilmente proveniva il gomito trovato dal cane, così decise di andare a vedere, si trattava invece di una coppia di ragazzi che spaventatisi, la ragazza si mise ad urlare e il ragazzo a picchiare duramente, rompendogli una gamba. La polizia prese per pazzo il sig. Salmon e in ospedale la moglie ormai sfinita dal dolore e forse con tanta voglia di evadere da tutto si lasciò andare con il poliziotto che si occupava del caso, tradendo il marito.
Il Sig. Salmon rimase zoppicante, la moglie abbandonò tutti e la figlia Lindsey iniziò a condividere l'idea del padre.
Gli anni passarono e Susie dal suo cielo continuava a tentare di comunicare con la famiglia, un giorno Lindsey riuscì ad entrare nella casa del Sig. Harvey e trovò un album da disegno con il progetto della cantina, lo strappò e corse a casa mentre l'auto del vicino rientrava. Lindsey e il padre concordavano sempre di più sull'idea che lui fosse l'assassino e che Susie sicuramente non era stata la prima vittima e sicuramente neanche l'ultima. Il vicino si era accorto della visita, in sua assenza, di Lindsey e decise di partire, fu così che quando, anche la polizia che ritrovò il cadavere di una ragazzina con vicino un ciondolo di Susie, si rese conto di aver commesso degli errori e che lui era veramente l'assassino, di lui non c'era più traccia.

Gli anni passavano, i fratelli Salmon e gli amici del liceo crebbero, Buckley, il fratellino fu uno di quelli che soffrì di più la mancanza di affetto, e un giorno mentre litigava con il padre per degli indumenti di Susie, quest'ultimo ebbe un infarto, andarono tutti nello stesso ospedale dove era stato ricoverato dopo l'aggressione nel campo di granoturco, fu rintacciata anche la madre, e mentre si trovavano in ospedale il poliziotto che si era occupato del caso lo andò a trovare per consegnargli i nuovi ritrovamenti.

Susie dal suo cielo iniziava a rassegnarsi mentre ognuno dei suoi amici si faceva una sua vita, la sorella Lindsey era fidanzata, Ruth continuava ad essere strana, solitaria e a parlare con Susie perchè la aiutasse a ritrovarla, questo ormai divenne il suo destino, mentre il Sig. Harvey nel tentativo di compiere un altro stupro-omicidio morì schiacciato da delle lastre di ghiaccio.

martedì 7 dicembre 2010

Il Dodicesimo Angelo di Og Mandino


Il Dodicesimo Angelo di Og Mandino


RIASSUNTO


John Harding era un uomo di grande successo, nato e cresciuto in una piccola città del New Hampshire, Boland. Finiti gli studi John si era spostato per lavorare e fare carriera, fino ad ottenere la presidenza della Millennium, la terza produttrice di programmi di computer del mondo e decise insieme alla moglie Sally e al piccolo Rick di tornare a vivere a Boland data la poca distanza dal nuovo posto di lavoro.


L'intera cittadina fu onorata e felice del ritorno degli Harding tanto da organizzare una festa in loro onore, Sally entusiasta dell'evento spinse il marito e il figlio a partecipare all'evento, che diede grande soddisfazione e piacere a tutti i partecipanti.


La signora Harding, era una persona adorabile e molto socevole, nonostante si fossero trasferiti da poco, si stava già organizzando per completare il prima possibile l'arredamento della loro casa per poter organizzare un party con tutti i cittadini.


Non molti giorni dopo la festa in loro onore, proprio quando sembrava andasse tutto a meraviglia, un incidente automobilistico coinvolse l'auto in cui viaggiavano Sally e il figlioletto, persero la vita entrambi. Per molto tempo dopo i funerali la vita di John si svolse fra il letto e lo studio, dove nel cassetto della scrivania una calibro 45 continuava ad attirare la sua attenzione e voltantà, volontà di farla finita.


In uno dei momenti in cui chiuso nello studio, distrutto dal dolore, teneva in mano l'arma, si sentì chiamare dalla finestra, era un suo vecchio amico Bill West, dopo tantissimi anni di lontananza saputa la notizia, nonostante qualche problema di salute, che gli aveva impedito di partecipare ai festeggiamenti di benvenuto di Boland, si era precipitato da lui. Almeno per il momento John dovette abbandonare il suo progetto, non voleva di certo testimoni, per cui fece accomodare Bill e dopo un caldo abbraccio si sedettero e Bill cercò di capire come stava il suo amico, informandolo nel contempo, della preoccupazione dei vicini che non lo vedevano in giro dal giorno del funerale, gli chiese della Millennium e John dovette comunicargli di aver presentato le dimissioni pochi giorni dopo il funerale, non si sentiva più all'altezza del compito, non sentiva più motivazioni neanche per alzarsi la mattina, figurarsi per dirigere una delle più importanti società dello Stato. John disse anche che tali dimissioni non furono accettate, gli fu invece concesso un permesso di quattro mesi, a Bill comunque non disse che lui non aveva intenzione di tornare, aveva ben altri progetti.


Bill, forse resosi conto delle reali condizioni psicologiche dell'amico gli chiese un favore, portarlo a fare un giro, John cercò di rifiutare ma l'insistenza fu tale che non si sentì di non fare un favore ad un amico. Andarono.


Buona parte del viaggio trascorse in silenzio, mentre Bill guidava e si dirigeva allo stadio della Little League di Boland, dove avevano giocato da ragazzini e dove il cuore di John iniziava a battere energicamente di emozione solo all'avvicinarvisi, scesero dall'auto e entrarono per rivivere i ricordi dei tanti momenti belli trascorsi in quel luogo.


John dopo anni di assenza notava i pochi cambiamenti, che erano avvenuti e riaffondava nelle emozioni di un tempo. Ma il favore che gli chiedeva l'amico non era solo questo giro in macchina, Bill gli propose di partecipare come allenatore alla prossima stagione che iniziava tra poche settimane. Come poteva impegnarsi in un momento del genere, mentre la sua mente era impegnata a progettare la sua stessa fine. Bill insistette ancora una volta e lo saluto lasciandogli tempo per decidere.


L'indomani, John, fu svegliato dal ruggito del tagliaerba di Bobby Compton, che settimanalmente sistemava il giardino, si precipitò fuori, si salutarono e Bobby lo informò della preoccupazione della signora Rose Kelley, assunta dalla moglie per le pulizie e che da giorni provava a chiamare senza esito, fu così che il sig. Harding decise di richiamarla e il giorno stesso la signora Rose venne a riordinare la casa.


Il dolore era sempre immenso ma qualche piccola cosa sembrava stesse cambiando e quando Bill il giorno delle selezioni passò da casa di John, quest'ultimo si fece trovare davanti alla porta per andare, anche se pensieri contraddittori gli affollavano la testa. Allo stadio ritrovò vecchie conoscenze e ne fece altre, i ragazzini si allenavano e cercavano di farsi notare, a Bill e John fu affidata la squadra degli Angeli e fu stabilita la data in cui ogni squadra avrebbe scelto i giocatori.

lunedì 6 dicembre 2010

La solitudine dei numeri primi di Paolo Giordano


La solitudine dei numeri primi di Paolo Giordano


"I numeri primi sono divisibili soltanto per uno e per se stessi. Se ne stanno al loro posto nell'infinita serie dei numeri naturali, schiacciati come tutti tra due, ma un passo in là rispetto agli altri. Sono numeri sospettosi e solitari"

Il romanzo racconta la storia di due persone, entrambe torinesi, Alice Della Rocca e Mattia Balossino, le cui vite vengono gravemente segnate da vicende accadute nella loro infanzia. Sebbene Torino non sia mai menzionata in modo esplicito, vengono fatti riferimenti alla chiesa della Gran Madre, dove si svolge il matrimonio di Viola Bai, alla basilica di Superga e all'ospedale Maria Ausiliatrice.

Alice viene presentata come una bambina di sette anni che pur odiando la scuola di sci e non mostrando alcuna attitudine particolare per questo sport, viene costretta a frequentarne un corso dal padre, che nutre grandi aspettative nei suoi confronti. Una mattina, Alice si separa dal resto del gruppo e, nel tentativo di tornare a valle, finisce in un dirupo rimanendo gravemente ferita. La ragazza rimarrà zoppa per il resto della vita.

Mattia è un bambino dotato ed intelligentissimo, al contrario della gemella Michela che invece è affetta da una grave forma di autismo. Isolato dal resto dei coetanei per via della sua "scomoda" sorella, Mattia vive la propria infanzia in solitudine. Poi, un giorno, per poter partecipare alla festa di compleanno di un compagno di classe, lascia la sorella in un parco, pensando di andarla a riprendere più tardi. Ma al suo ritorno Michela è scomparsa, probabilmente annegata in un fiume vicino.

Questi avvenimenti segnano profondamente la vita dei due ragazzi. Il racconto si sposta nel periodo della loro adolescenza: Alice soffre di anoressia ed è snobbata dai ragazzi per la zoppia. Con una vita sociale pressoché nulla, Alice attira l'attenzione di Viola Bai, compagna di classe molto popolare, che decide di ammetterla nel proprio giro di amicizie. Grazie all'incoraggiamento di Viola, Alice conosce Mattia. Quest'ultimo è un ragazzo problematico: non ha alcun interesse nelle interazioni sociali e ha una malsana attitudine all'autolesionismo.

Alice e Mattia stringono un'amicizia particolare: ognuno svolge la propria esistenza autonomamente, ma ogni volta tornano a cercarsi. Continuano a frequentarsi anche dopo il liceo, quando Mattia si iscrive a matematica e Alice sviluppa la propria passione per la fotografia. Nel frattempo, Fernanda, la madre di Alice, si ammala di un tumore e viene fatta ricoverare in ospedale. Lì, Alice conoscerà Fabio Rovelli, un giovane medico. Mattia intanto consegue la laurea ed ottiene un prestigioso posto di lavoro presso un'Università nell'Europa del Nord (probabilmente in Scandinavia), che non sa se accettare. In questo periodo della sua vita, Mattia racconta per la prima volta ad Alice la storia di Michela, e per la prima volta i due ragazzi si scambieranno un bacio. Ciò nonostante un litigio fra Alice e Mattia convince il ragazzo a partire. Alla fine Fernanda muore ed Alice sposa Fabio, mentre Mattia vive in solitudine all'estero.

Il matrimonio tra Fabio ed Alice declina lentamente: Fabio infatti vuole un figlio da Alice, ma lei, non avendo più le mestruazioni da anni per via dell'anoressia, non può restare incinta. La coppia si separa e Alice cade in depressione. Nel frattempo Mattia esercita con successo la professione di insegnante di topologia algebrica presso l'Università straniera, dove conosce un collega, Alberto, anch'egli italiano. I due fanno un'importante scoperta che riguarda l'algebra e vanno a festeggiare a casa di Alberto. In quell'occasione Mattia conosce una donna, Nadia, amica del collega, con cui passerà una notte di sesso. Alice decide di tornare in ospedale a chiarire il rapporto con Fabio: lì, invece di incontrare il marito, si imbatte in una ragazza che somiglia molto a Mattia, e che ad Alice fa tornare in mente Michela, la gemella scomparsa. Nonostante non sia sicura di quanto ha visto, Alice decide di chiamare Mattia senza però specificarne il motivo.

Mattia, pur non sapendo di cosa si tratti, accetta l'invito di Alice e torna in Italia. Alice non trova il coraggio di raccontare a Mattia ciò che credeva di aver visto, ma i due amici passano un pomeriggio insieme durante il quale la ragazza lo bacia, scoprendo così di essere ancora innamorata di lui. Nonostante ciò non riescono a superare il muro di solitudine che li separa, e Mattia ripartirà senza che il loro rapporto abbia avuto alcuno sviluppo.

I due ragazzi sono infatti paragonati a due numeri primi gemelli (numeri primi solitari ed isolati, ma vicinissimi fra loro, poiché la loro differenza è 2): accomunati dalle stesse particolarità, attratti l'uno verso l'altra, non riescono mai ad unirsi, perché divisi da un invalicabile ostacolo.

venerdì 3 dicembre 2010

Divina Commedia - Inferno (Canto II)



Divina Commedia - Inferno (Canto II)



Lo giorno se n’andava, e l’aere bruno
toglieva li animai che sono in terra
da le fatiche loro; e io sol uno 3

m’apparecchiava a sostener la guerra
sì del cammino e sì de la pietate,
che ritrarrà la mente che non erra. 6

O muse, o alto ingegno, or m’aiutate;
o mente che scrivesti ciò ch’io vidi,
qui si parrà la tua nobilitate. 9

Io cominciai: "Poeta che mi guidi,
guarda la mia virtù s’ell’è possente,
prima ch’a l’alto passo tu mi fidi. 12

Tu dici che di Silvïo il parente,
corruttibile ancora, ad immortale
secolo andò, e fu sensibilmente. 15

Però, se l’avversario d’ogne male
cortese i fu, pensando l’alto effetto
ch’uscir dovea di lui, e ’l chi e ’l quale 18

non pare indegno ad omo d’intelletto;
ch’e’ fu de l’alma Roma e di suo impero
ne l’empireo ciel per padre eletto: 21

la quale e ’l quale, a voler dir lo vero,
fu stabilita per lo loco santo
u’ siede il successor del maggior Piero. 24

Per quest’andata onde li dai tu vanto,
intese cose che furon cagione
di sua vittoria e del papale ammanto. 27

Andovvi poi lo Vas d’elezïone,
per recarne conforto a quella fede
ch’è principio a la via di salvazione. 30

Ma io, perché venirvi? o chi ’l concede?
Io non Enëa, io non Paulo sono;
me degno a ciò né io né altri ’l crede. 33

Per che, se del venire io m’abbandono,
temo che la venuta non sia folle.
Se’ savio; intendi me’ ch’i’ non ragiono". 36

E qual è quei che disvuol ciò che volle
e per novi pensier cangia proposta,
sì che dal cominciar tutto si tolle, 39

tal mi fec’ïo ’n quella oscura costa,
perché, pensando, consumai la ’mpresa
che fu nel cominciar cotanto tosta. 42

"S’i’ ho ben la parola tua intesa",
rispuose del magnanimo quell’ombra,
"l’anima tua è da viltade offesa; 45

la qual molte fïate l’omo ingombra
sì che d’onrata impresa lo rivolve,
come falso veder bestia quand’ombra. 48

Da questa tema acciò che tu ti solve,
dirotti perch’io venni e quel ch’io ’ntesi
nel primo punto che di te mi dolve. 51

Io era tra color che son sospesi,
e donna mi chiamò beata e bella,
tal che di comandare io la richiesi. 54

Lucevan li occhi suoi più che la stella;
e cominciommi a dir soave e piana,
con angelica voce, in sua favella: 57

"O anima cortese mantoana,
di cui la fama ancor nel mondo dura,
e durerà quanto ’l mondo lontana, 60

l’amico mio, e non de la ventura,
ne la diserta piaggia è impedito
sì nel cammin, che vòlt’è per paura; 63

e temo che non sia già sì smarrito,
ch’io mi sia tardi al soccorso levata,
per quel ch’i’ ho di lui nel cielo udito. 66

Or movi, e con la tua parola ornata
e con ciò c’ ha mestieri al suo campare,
l’aiuta sì ch’i’ ne sia consolata. 69

I’ son Beatrice che ti faccio andare;
vegno del loco ove tornar disio;
amor mi mosse, che mi fa parlare. 72

Quando sarò dinanzi al segnor mio,
di te mi loderò sovente a lui".
Tacette allora, e poi comincia’ io: 75

"O donna di virtù sola per cui
l’umana spezie eccede ogne contento
di quel ciel c’ ha minor li cerchi sui, 78

tanto m’aggrada il tuo comandamento,
che l’ubidir, se già fosse, m’è tardi;
più non t’è uo’ ch’aprirmi il tuo talento. 81

Ma dimmi la cagion che non ti guardi
de lo scender qua giuso in questo centro
de l’ampio loco ove tornar tu ardi". 84

"Da che tu vuo’ saver cotanto a dentro,
dirotti brievemente", mi rispuose,
"perch’i’ non temo di venir qua entro. 87

Temer si dee di sole quelle cose
c' hanno potenza di fare altrui male;
de l'altre no, ché non son paurose.
90

I’ son fatta da Dio, sua mercé, tale,
che la vostra miseria non mi tange,
né fiamma d’esto ’ncendio non m’assale. 93

Donna è gentil nel ciel che si compiange
di questo 'mpedimento ov'io ti mando,
sì che duro giudicio là sù frange.
96

Questa chiese Lucia in suo dimando
e disse: - Or ha bisogno il tuo fedele
di te, e io a te lo raccomando -. 99

Lucia, nimica di ciascun crudele,
si mosse, e venne al loco dov’i’ era,
che mi sedea con l’antica Rachele. 102

Disse: - Beatrice, loda di Dio vera,
ché non soccorri quei che t’amò tanto,
ch’uscì per te de la volgare schiera? 105

Non odi tu la pieta del suo pianto,
non vedi tu la morte che ’l combatte
su la fiumana ove ’l mar non ha vanto? -. 108

Al mondo non fur mai persone ratte
a far lor pro o a fuggir lor danno,
com’io, dopo cotai parole fatte, 111

venni qua giù del mio beato scanno,
fidandomi del tuo parlare onesto,
ch’onora te e quei ch’udito l’ hanno". 114

Poscia che m’ebbe ragionato questo,
li occhi lucenti lagrimando volse,
per che mi fece del venir più presto. 117

E venni a te così com’ella volse:
d’inanzi a quella fiera ti levai
che del bel monte il corto andar ti tolse. 120

Dunque: che è perché, perché restai,
perché tanta viltà nel core allette,
perché ardire e franchezza non hai, 123

poscia che tai tre donne benedette
curan di te ne la corte del cielo,
e ’l mio parlar tanto ben ti promette?". 126

Quali fioretti dal notturno gelo
chinati e chiusi, poi che ’l sol li ’mbianca,
si drizzan tutti aperti in loro stelo, 129

tal mi fec’io di mia virtude stanca,
e tanto buono ardire al cor mi corse,
ch’i’ cominciai come persona franca: 132

"Oh pietosa colei che mi soccorse!
e te cortese ch’ubidisti tosto
a le vere parole che ti porse! 135

Tu m’ hai con disiderio il cor disposto
sì al venir con le parole tue,
ch’i’ son tornato nel primo proposto. 138

Or va, ch’un sol volere è d’ambedue:
tu duca, tu segnore e tu maestro".
Così li dissi; e poi che mosso fue, 141

intrai per lo cammino alto e silvestro.


PARAFRASI


Il giorno finiva, e l’ oscurità faceva interrompere ai vivi in terra le loro fatiche; io solo mi preparavo a sostenere il travaglio fisico e morale (del viaggio), che la memoria, esatta nel trascrivere ciò che ha appreso, narrerà. O Muse, o mia forza intellettuale, soccorretemi; o memoria, che porti impressa in te la mia visione, qui apparirà il tuo valore. Io cominciai con queste parole: "Poeta, mia guida, guarda se le mie capacità sono sufficienti, prima di affidarmi all’arduo passaggio. (Nell’Eneide) tu narri che il padre di Silvio (cioè Enea, che generò Silvio da Lavinia), mentre era ancora in vita, andò nel mondo dei morti (immortale: perché in esso le anime hanno vita eterna), e fece ciò in carne e ossa. Ma, se Dio (l’avversario d’ogni male) fu con lui cortese, riflettendo sull’importanza dei risultati ( Roma, la sua storia, il suo impero) che avrebbero avuto in Enea la loro origine, e sulle sue qualità personali e sulla sua stirpe regale, la cosa non appare ingiustificata a chi ragiona; poiché egli fu prescelto da Dio come capostipite della nobile Roma e del suo impero: Roma e il suo impero, se vogliamo essere esatti, furono costituiti da Dio per preparare il luogo sacro dove ha sede il pontefice, successore del grande Pietro. A causa di questa discesa ( nel regno dei morti), di cui (nel tuo poema) lo hai considerato degno, apprese fatti (il padre Anchise gli pronosticò il felice esito dei suoi travagli e la grandezza di Roma) che furono le premesse della sua vittoria (nella guerra contro i Latini e i loro alleati) e dell’autorità papale. La seconda discesa nell’oltretomba è quella di San Paolo, l’eletto da Dio, il quale vi andò per trarne forza per la diffusione della fede cristiana, senza la quale la salvezza è impossibile. Ma qual è il motivo per il quale io devo intraprendere questo viaggio? chi mi autorizza a farlo? Non sono né Enea né San Paolo: né io mi ritengo all’altezza del compito, né qualcun altro me ne ritiene degno. Perciò, se, per quel che riguarda questo viaggio, m’induco ad acconsentire, temo che la mia venuta (nell’oltretomba) sia temeraria: sei saggio; sei in grado di comprendere meglio di quanto io non sia in grado di esprimermi E nello stato d’animo di chi cessa di volere ciò che ha voluto prima e cambia intento per il sopraggiungere di nuovi pensieri, in modo da scostarsi dal proposito iniziale, venni a trovarmi io su quel buio pendio (e scesa nel frattempo la notte), perché portai a termine, col pensiero ( prevedendone tutti gli ostacoli e rendendomi conto della sua folle temerarietà), l’impresa cui mi ero accinto con tanta baldanza. "Se ho capito bene il tuo discorso" rispose l’ombra di Virgilio, "il tuo animo è fiaccato dalla pusillanimità: essa molte volte ostacola l’uomo tanto da allontanarlo da un’impresa onorata, così come una ingannevole apparenza fa volgere indietro una bestia quando si adombra. Perché tu ti liberi da questo timore, ti esporrò il motivo per cui sono venuto (in tuo aiuto) e ciò che udii quando per la prima volta sentii pietà per il tuo stato. Mi trovavo (nel limbo) tra coloro che sono in una condizione intermedia tra i beati e i dannati al fuoco eterno, quando fui chiamato da una donna di tale bellezza e soffusa di tanta letizia, da essere indotto a pregarla di comandare. La luce dei suoi occhi vinceva quella delle stelle; e cominciò a parlarmi dolcemente e pacatamente, con voce d’angelo: "O cortese anima mantovana, la cui fama dura ancora fra gli uomini, ed è destinata a durare tanto a lungo quanto durerà il mondo, colui che è amato da me, ma non dalla sorte, ha trovato tali ostacoli sul deserto pendio del colle, che si è già volto indietro per la paura; il mio timore è che egli si sia a tal punto nuovamente perduto (nel buio del peccato), da rendere ormai tardivo (e quindi inutile) il mio aiuto, per quel che di lui mi è stato riferito in cielo. Va dunque, e aiutalo sia con la tua eloquenza sia con tutto ciò che altrimenti occorra per la sua salvezza, in modo da rendermi contenta. Io, che ti invito ad andare, sono Beatrice; vengo dal cielo, dove desidero tornare; sono stata spinta (fin qui) da amore e amore ha ispirato le mie parole. Quando sarò davanti a Dio, spesso Gli parlerò degnamente di te." Allora tacque, e poi io cominciai: "O signora di virtù, per la quale virtù soltanto il genere umano è superiore ad ogni altro essere contenuto dal cielo (quello della Luna) che compie (nel suo moto di rotazione intorno alla terra) i giri più piccoli, il tuo comando mi è così gradito, che, se anche avessi iniziato ad obbedirti, mi sembrerebbe pur sempre d’aver fatto tardi; più non occorre che tu mi manifesti: il tuo volere. Dimmi piuttosto il motivo per cui non temi di scendere qua in basso, nel centro dell’universo ( occupato appunto dall’inferno), dal luogo sconfinato (I’Empireo), dove bruci dal desiderio di ritornare." "Poiché vuoi penetrare tanto in profondità con la tua mente, ti dirò in breve perché non temo di scendere nell’inferno" mi rispose. Conviene temere soltanto quelle cose che possono arrecare danno; le altre no, poiché non sono temibili. Dio mi creò, per sua grazia,tale che la vostra miseria di peccatori non mi tocca, né possono attaccarmi le fiamme infernali. Nel cielo una donna gentile (la Vergine) ha compassione per queste difficoltà verso le quali io ti mando (a liberare Dante), tanto da mitigare la severità della giustizia divina. Questa chiamò Lucia e disse: "Il tuo fedele ha ora bisogno di te, ed io a te lo raccomando". Lucia, nemica di ogni crudeltà, si mosse, e venne dove io sedevo insieme all’antica Rachele. Parlò: - Beatrice, vera gloria di Dio (loda: lode, in quanto la sua perfezione torna a gloria di chi la creò), perché non aiuti chi tanto ti amò, colui che, per amor tuo, seppe elevarsi sulla turba dei mediocri? non odi il suo pianto angoscioso? non vedi il pericolo della dannazione che lo assale sul fiume (del peccato), sul quale il mare non può vantare la sua forza? Sulla terra non ci furono mai persone così pronte a perseguire il loro utile e a evitare ciò che potesse danneggiarle, come fui pronta io, dopo che tali parole mi furono dette, nello scendere fin quaggiù dal mio seggio di beata, confidando nella tua nobile eloquenza, che onora sia te sia quelli che l’hanno intesa (traendone profitto spirituale)." Dopo avermi dette queste cose, volse verso di me gli occhi lucidi di lagrime; e per questo mi rese più sollecito a venire (dove tu eri); e come Beatrice volle venni da te; ti portai via dal cospetto della lupa, che t’aveva impedito di raggiungere per la via più breve la cima del colle. Che hai dunque? perché, perché indugi ? perché accogli in cuore tanta pusillanimità? perché non hai coraggio e schietta fiducia in te stesso? dal momento che tre beate tanto potenti perorano la tua causa davanti al tribunale di Dio, e che le mie parole promettono (al tuo viaggio) un esito così felice? " Come i gracili fiori, prostrati a terra con le corolle serrate per difendersi dal freddo della notte, appena li rischiara all’alba il primo raggio di sole si ergono sui loro steli con le corolle tutte aperte, così mi ripresi dal mio precedente stato di abbattimento, e tanto coraggio entrò nel mio animo, che cominciai (a parlare) libero da ogni timore: "Oh misericordiosa colei che mi venne in aiuto! e te generoso, che non hai tardato a prestare obbedienza alle veritiere parole che ti indirizzo! Col tuo ragionamento mi hai a tal punto predisposto l’animo con desiderio al viaggio, che sono tornato ad avere l’intenzione che avevo in origine. Incamminati dunque, poiché un’unica volontà ci governa: siimi guida, padrone, maestro. " Cosi parlai; ed essendosi egli avviato, entrai (dietro a lui) nell’arduo e orrido cammino.

martedì 30 novembre 2010

Divina Commedia- Inferno (Canto 1)


Divina Commedia- Inferno (Canto 1)

Nel mezzo del cammin di nostra vita
mi ritrovai per una selva oscura,
ché la diritta via era smarrita. 3

Ahi quanto a dir qual era è cosa dura
esta selva selvaggia e aspra e forte
che nel pensier rinova la paura! 6


Tant’è amara che poco è più morte;
ma per trattar del ben ch’i’ vi trovai,
dirò de l’altre cose ch’i’ v’ ho scorte. 9

Io non so ben ridir com’i’ v’intrai,
tant’era pien di sonno a quel punto
che la verace via abbandonai. 12

Ma poi ch’i’ fui al piè d’un colle giunto,
là dove terminava quella valle
che m’avea di paura il cor compunto, 15

guardai in alto e vidi le sue spalle
vestite già de’ raggi del pianeta
che mena dritto altrui per ogne calle. 18

Allor fu la paura un poco queta,
che nel lago del cor m’era durata
la notte ch’i’ passai con tanta pieta. 21

E come quei che con lena affannata,
uscito fuor del pelago a la riva,
si volge a l’acqua perigliosa e guata, 24

così l’animo mio, ch’ancor fuggiva,
si volse a retro a rimirar lo passo
che non lasciò già mai persona viva. 27

Poi ch’èi posato un poco il corpo lasso,
ripresi via per la piaggia diserta,
sì che ’l piè fermo sempre era ’l più basso. 30

Ed ecco, quasi al cominciar de l'erta,
una lonza leggera e presta molto,
che di pel macolato era coverta; 33

e non mi si partia dinanzi al volto,
anzi ’mpediva tanto il mio cammino,
ch’i’ fui per ritornar più volte vòlto.
36

Temp’era dal principio del mattino,
e ’l sol montava ’n sù con quelle stelle
ch’eran con lui quando l’amor divino 39

mosse di prima quelle cose belle;
sì ch’a bene sperar m’era cagione
di quella fiera a la gaetta pelle 42

l’ora del tempo e la dolce stagione;
ma non sì che paura non mi desse
la vista che m'apparve d'un leone. 45

Questi parea che contra me venisse
con la test’alta e con rabbiosa fame,
sì che parea che l’aere ne tremesse. 48

Ed una lupa, che di tutte brame
sembiava carca ne la sua magrezza,
e molte genti fé già viver grame, 51

questa mi porse tanto di gravezza
con la paura ch’uscia di sua vista,
ch’io perdei la speranza de l’altezza.
54

E qual è quei che volontieri acquista,
e giugne ’l tempo che perder lo face,
che ’n tutti suoi pensier piange e s’attrista; 57

tal mi fece la bestia sanza pace,
che, venendomi ’ncontro, a poco a poco
mi ripigneva là dove ’l sol tace. 60

Mentre ch’i’ rovinava in basso loco,
dinanzi a li occhi mi si fu offerto
chi per lungo silenzio parea fioco. 63

Quando vidi costui nel gran diserto,
"Miserere di me", gridai a lui,
"qual che tu sii, od ombra od omo certo!". 66

Rispuosemi: "Non omo, omo già fui,
e li parenti miei furon lombardi,
mantoani per patrïa ambedui. 69

Nacqui sub Iulio, ancor che fosse tardi,
e vissi a Roma sotto ’l buono Augusto
nel tempo de li dèi falsi e bugiardi. 72

Poeta fui, e cantai di quel giusto
figliuol d’Anchise che venne di Troia,
poi che ’l superbo Ilïón fu combusto. 75

Ma tu perché ritorni a tanta noia?
perché non sali il dilettoso monte
ch’è principio e cagion di tutta gioia?". 78

"Or se’ tu quel Virgilio e quella fonte
che spandi di parlar sì largo fiume?",
rispuos’io lui con vergognosa fronte. 81

"O de li altri poeti onore e lume,
vagliami ’l lungo studio e ’l grande amore
che m’ ha fatto cercar lo tuo volume. 84

Tu se’ lo mio maestro e ’l mio autore,
tu se’ solo colui da cu’ io tolsi
lo bello stilo che m’ ha fatto onore. 87

Vedi la bestia per cu’ io mi volsi;
aiutami da lei, famoso saggio,
ch’ella mi fa tremar le vene e i polsi". 90

"A te convien tenere altro vïaggio",
rispuose, poi che lagrimar mi vide,
"se vuo’ campar d’esto loco selvaggio; 93

ché questa bestia, per la qual tu gride,
non lascia altrui passar per la sua via,
ma tanto lo ’mpedisce che l’uccide; 96

e ha natura sì malvagia e ria,
che mai non empie la bramosa voglia,
e dopo ’l pasto ha più fame che pria. 99

Molti son li animali a cui s’ammoglia,
e più saranno ancora, infin che ’l veltro
verrà, che la farà morir con doglia. 102

Questi non ciberà terra né peltro,
ma sapïenza, amore e virtute,
e sua nazion sarà tra feltro e feltro. 105

Di quella umile Italia fia salute
per cui morì la vergine Cammilla,
Eurialo e Turno e Niso di ferute. 108

Questi la caccerà per ogne villa,
fin che l’avrà rimessa ne lo ’nferno,
là onde ’nvidia prima dipartilla. 111

Ond’io per lo tuo me’ penso e discerno
che tu mi segui, e io sarò tua guida,
e trarrotti di qui per loco etterno; 114

ove udirai le disperate strida,
vedrai li antichi spiriti dolenti,
ch’a la seconda morte ciascun grida; 117

e vederai color che son contenti
nel foco, perché speran di venire
quando che sia a le beate genti. 120

A le quai poi se tu vorrai salire,
anima fia a ciò più di me degna:
con lei ti lascerò nel mio partire; 123

ché quello imperador che là sù regna,
perch’i’ fu’ ribellante a la sua legge,
non vuol che ’n sua città per me si vegna. 126

In tutte parti impera e quivi regge;
quivi è la sua città e l’alto seggio:
oh felice colui cu’ ivi elegge!". 129

E io a lui: "Poeta, io ti richeggio
per quello Dio che tu non conoscesti,
acciò ch’io fugga questo male e peggio, 132

che tu mi meni là dov’or dicesti,
sì ch’io veggia la porta di san Pietro
e color cui tu fai cotanto mesti". 135

Allor si mosse, e io li tenni dietro.

PARAFRASI

Il canto primo dell'Inferno di Dante Alighieri funge da proemio all'intero poema, e si svolge nella selva e poi sul pendio che conduce al colle. Qui Dante incontra Virgilio, che lo accompagnerà nella visita dell'Inferno, prima tappa della sua purificazione dal peccato.
A metà del cammino ideale della nostra vita avendo smarrito al strada giusta mi ritrovai in una foresta buia. Ah è molto difficile dire come era questa foresta selvaggia, fitta e impenetrabile senza che il suo pensiero non mi spaventi. Tanto è amara che solo la morte lo è di più; ma per parlare delle belle cose che ho trovato, ne dirò anche delle altre che ho visto. Non so dire esattamente come entrai nella foresta, tanto ero assonnato quando abbandonai la via della verità. Ma quando giunsi ai piedi di un colle là dove terminava quella valle che mi aveva trafitto il cuore di paure, guardai in alto e vidi le sue pendici illuminate già dai raggi del pianeta che guida ciascun uomo per la giusta strada. Allora si quietò la paura che si era consolidata nella cavità del mio cuore durante la notte che passai con tanto timore.E come quel naufrago che, con il respiro affannato, giunto fuori dal mare, si volta a guardare l’ acqua pericolosa, così il mio animo, che fuggiva ancora, si voltò indietro a contemplare il passaggio che nessuno aveva mai attraversato uscendone vivo. Dopo aver lasciato il corpo a riposarsi, ripresi il cammino per la campagna deserta,facendo si che il piede fermo fosse sempre il più in basso.(in salita) Ed ecco, quasi all’ inizio della salita, una pantera dal manto maculato snella e molto agile; e mi si mise davanti senza spostarsi impedendomi di proseguire il cammino, così fui costretto a tornar più volte indietro. Era quasi l’ alba e il sole sorgeva insieme alle stelle che erano con lui quando l’ amore divino compì la creazione di quelle cose belle; così che erano motivo di sperare a proposito di quella fiera dalla pelle leggiadra l’ ora e la stagione primaverile;ma non così tanto che non mi spaventasse la vista dell’ apparizione di un leone. Questo pareva venirmi in conto con la testa alta e incredibile fame, tanto che sembrava che l’ aria tremasse. E apparve una lupa, nella sua magrezza, sembrava farsi carico di tutti i desideri del mondo, e già mise in crisi la vita di molte persone, questa mi oppresse fino a che la paura che mi faceva venire a guardarla, mi fece perdere le speranze di arrivare in cima. Come quello che accumula beni, e quando giunge il momento in cui perde tutto non ha pensieri che per piangere e rattristarsi, così mi trasformò la bestia irrequieta, che, venendomi incontro pian piano, mi faceva tornare nella foresta buia. Mentre precipitavo verso la foresta si offrì alla mia vista colui che a causa del silenzio pareva un ombra. Quando vidi questo uomo nel deserto, gli gridai: “Abbi pietà di me chiunque tu sia, fantasma o uomo”. Mi rispose: “Non sono un uomo, uomo lo ero, e i miei genitori furono lombardi, entrambi mantovani di nascita. Nacqui sotto Giulio Cesare, ma ero piccolo quando morì, vissi a Roma sotto il buon Augusto nel tempo delle false divinità pagane. Fui un poeta e cantai la storia di quel giusto figlio di Anchise che venne da Troia, dopo che fu bruciato lo splendido Ilion. Ma tu perchè ritorni a tanta sofferenza? Perché non sali il monte dilettoso Che è l’ inizio di tutte le gioie?” “Dunque sei tu quel famoso Virgilio, fa fonte di tutto quello splendido fiume di parole?” gli risposi abbassando lo sguardo. “Oneri e insegnamenti degli altri poeti mi valgano il lungo studio e il grande amore che mi ha spinto a studiare la tua opera. Tu sei il mio maestro e il mio autore preferito, tu sei il solo da cui presi il magnifico stile che mi ha reso celebre. Vedi la bestia che mi ha fatto tornare indietro; aiutami tu che sei famoso per la tua saggezza, poiché ella mi ha fatto svenire dalla paura”. “Tu devi intraprendere un altro viaggio”, rispose dopo che mi vide piangere, “se vuoi scappare da questa foresta; poiché questa bestia, della quale hai paura, non lascia passare nessuno per la sua via, ma ostacola chiunque fino ad ucciderlo; e ha una natura così cattiva, che la sua voglia bramosa non sazia mai, e dopo aver mangiato ha più fame che prima. Gli animali con cui si accoppia sono molti, e saranno ancora di più , fino che il veltro non verrà a farla morire dolorosamente. Non si ciberà né di terre né di denaro, ma di sapienza, amore e virtù, e nascerà tra poveri panni. Sarà la salvezza di quell’ umile Italia Per cui morirono la vergine Camilla, Eurialo, Turno e Niso di ferute. Questi la caccerà per ogni città fino a che non l’ avrà rimessa nell’ inferno, là dove l’ invidia di Lucifero la scatenò. Quindi per il tuo bene penso e scelgo che tu mi segua, ed io sarò la tua guida, e ti trascinerò da qui attraverso il luogo eterno, dove sentirai le grida disperate, vedrai le antiche anime sofferenti,poiché della seconda morte tutti si lamentano; e vedrai coloro che sono contenti nel fuoco, perché sperano di giungere, prima o poi, tra le genti beate del paradiso. Al quale potrai salire, e ti guiderà un’ anima più degna di me: a lei ti lascerò andandomene; perché l’ imperatore che regna lassù, poiché mi ribellai alla sua legge, non vuole che vada alla sua città. Egli omanda da tutte le parti e qui lui è il re, questa è la sua città e l’ alto trono: oh, felice chi viene scelto!”. E gli dissi: “Poeta io ti chiedo in nome di quel Dio che non hai conosciuto, perchè io fugga da questo male e un eventuale peggioramento, che tu mi conduca la dove hai detto, facendo si che io veda la porta di San Pietro e tutti coloro di cui mi hai raccontato”. Allora si incammino, e io lo seguii.

giovedì 25 novembre 2010

Alice senza niente di Pietro De Viola


Alice senza niente di Pietro De Viola (romanzo gratuito online)



Alice insieme al suo ragazzo, raccontano la vita di molti giovani dei nostri giorni. Vivono di precariato, dozzine di curriculum inviati, colloqui, speranze, uniti al portafoglio vuoto, all'arrangiarsi anche per mettere qualcosa in frigo, i prezzi del vestiario negli ultimi anni sono lievitati e gli armadi sono vuoti. Alice e Riccardo raccontano una vita svuotata anche del piacere di godersi un film, dello stare con gli altri fino al punto di pensare di non valere niente di non essere niente.
Ma non si può vivere così bisogna reagire, smettere di sentirsi un peso, di sentirsi colpa del proprio presente e della mancanza di un futuro da sognare e iniziare a darsi da fare per riprendere in mano il presente e creare il futuro che si sogna.

"Alice senza niente" è un libro da leggere per tanti motivi, innanzitutto è gratis, infatti si può scaricare gratuitamente anche dalla rete, parla di una realtà dei nostri giorni, può aiutare genitori, nonni e zii a renderesi conto del vissuto dei più giovani e questi ultimi a non sentirsi soli e a trovare il modo di reagire e diventare protagonisti del loro vita e del loro futuro, inoltre anche se esistono già gli e.book ritengo sia un modo molto originale di aggirare il mondo editoriale e farsi conoscere e leggere veramente da molti.

I miei complimenti a Pietro De Viola e il link per scaricare a tutti voi:

www.alicesenzaniente.altervista.org


martedì 23 novembre 2010

De Profundis di Oscar Wilde


De Profundis di Oscar Wilde

Letto dal Circolo letterario la rosa bianca

Il De Profundis è che una lunga lettera di Oscar Wilde al suo amato Bosie. Si dice che la lettera non fu mai consegnata, in realtá Bosie non la lesse mai.

Wilde fin dagli anni del college e anche durante il matrimonio, si dedicava all'omosessualità, e lo sapevano in molti, ma era una delle tante eccentricità che gli si perdonava , in cambio della sua conversazione, della fantasia, cultura e fascino...ma quando nella vita di Wilde arrivò il Douglas detto ”Bosie”, figlio di un Lord, le cose cambiarono.
Il padre di Bosie insultò pubblicamente Wilde, dandogli del sodomita, e Wilde si lasciò coinvolgere nella lotta tra padre e figlio già esistente, denunciando il Lord per diffamazione. Causa che perse, perchè di prove della sua omosessualità ce ne erano parecchie: non era una diffamazione! Gli diedero il massimo della pena, per sodomia, due anni di carcere, di lavori forzati, e conseguente rovina finanziaria.
E' durante questi anni di carcere che scrive il De Profundis, eccone alcune frasi:
.. Mi biasimo per aver permesso che un'amicizia non intellettuale, un'amicizia il cui scopo primario non era la creazione e la contemplazione di cose belle, dominasse completamente la mia vita. Ammiravi il mio lavoro quando era compiuto: godevi dei brillanti successi delle mie prime e dei magnifici banchetti...ma non riuscivi a capire quali fossero le condizioni necessarie per produrre un'opera d'arte...durante l'intero periodo in cui fummo insieme non scrissi neppure un verso.”

”...La base del carattere è la forza di volontà e la mia divenne completamente sottomessa alla tua...quelle scenate incessanti che sembravano esserti quasi fisicamente necessarie, e durante le quali...tu diventavi una cosa tanto terribile da guardare quanto da ascoltare...la mania di scrivere lettere disgustose e ributtanti...improvvisi attacchi di furore quasi epilettico...Mi sfinisti.”

”...era soltanto nel fango che ci incontravamo...È necessario che io dica che vidi chiaramente che sarebbe stato un disonore per me il portare avanti anche solo un rapporto di conoscenza con una persona come quella che tu avevi dimostrato di essere? Attraverso tuo padre tu vieni da una razza con la quale unirsi in matrimonio è orribile; l'amicizia è funesta, e che mette le sue mani violente sia sulla propria che sulle vite degli altri... E se vuoi sapere quello che una donna prova veramente quando suo marito, il padre dei suoi figli, porta la divisa da carcerato, scrivi a mia moglie e chiediglielo. Te lo dirá.”

”... Solo ciò che è delicato, e concepito con delicatezza, può dare nutrimento all'Amore. Invece all'Odio tutto dà nutrimento. Non c'è stato un solo bicchiere di champagne che tu abbia bevuto in tutti questi anni che non abbia nutrito e ingrassato il tuo Odio. E, per gratificarlo, tu hai giocato d'azzardo con la mia vita, come hai giocato con il mio denaro, in modo incauto, sconsiderato, indifferente alle conseguenze. Se perdevi immaginavi che la perdita non sarebbe stata tua. Se vincevi, e lo sapevi, l'esultanza e i vantaggi della vittoria sarebbero stati tuoi.”

lunedì 15 novembre 2010

L’isola della follia di Douglas Preston & Lincoln Child


L’isola della follia di Douglas Preston & Lincoln Child



Il tempo della verità è arrivato, per l’agente Aloysius Pendergast. Sono passati dodici lunghi anni da quel tragico incidente in Africa, quando lui e Helen, giovani sposi, stavano dando la caccia al Dabu Gor, un gigantesco leone dalla criniera rosso sangue mangiatore di uomini. Di fronte all’animale, però, Helen aveva mancato il colpo, e in un attimo da predatrice si era trasformata in preda. Impotente e disperato, Aloysius l’aveva vista morire davanti ai suoi occhi. Ma quando, a distanza di anni, nella dimora di famiglia in Louisiana, Pendergast imbraccia il lucile con cui Helen aveva sparato quel maledetto giorno, viene alla luce un dettaglio inquietante: l’unico proiettile rimasto è caricato a salve. Sua moglie non aveva sbagliato il colpo: non aveva mai sparato davvero.

giovedì 11 novembre 2010

Regole di vita

Regole di vita (Tratte dal libro "un modo migliore di vivere" di Og Mandino)


1 - Considera le fortune che hai. Una volta che ti sarai reso conto di quanto vali, tornerai a sorridere, vedrai risplendere il sole, riuscirai finalmente ad andare in contro alla vita come Dio l’aveva intesa per te… con grazia, forza, coraggio e fiducia. Uno dei segreti della vita più importanti e inconfutabili che ho dovuto imparare, nel dolore, è che non puoi nemmeno iniziare a modificare un’esistenza irrimediabilmente fallita, un lavoro monotono e ingrato o una grave situazione finanziaria che sembra condannarti alla sconfitta personale finché non sai apprezzare i beni che già possiedi.


2 - Ogni giorno fai più di quanto tu sia pagato per fare. Una volta appreso il segreto di rendere più di quanto ti sia richiesto, il successo sarà quasi raggiunto. Fai in modo di essere così importante nel tuo lavoro da diventare indispensabile. Esercitati a percorrere qualche chilometro in più e goditi le ricompense che riceverai. Te le meriti!


3 - Quando commetti un errore o la vita ti delude, non guardarti indietro troppo a lungo. Gli errori sono il modo in cui la vita ti può insegnare qualcosa. La tua capacità di reagire agli errori grossolani è inseparabile dalla tua capacità di raggiungere gli obiettivi che ti sei prefissato. Nessuno vince sempre e le sconfitte, quando avvengono, fanno parte del tuo processo di crescita. Scrollati di dosso gli errori che hai commesso.


4 - Cerca sempre di premiare le lunghe ore di lavoro e di fatica nel modo migliore, circondandoti della tua famiglia. Coltiva con cura il loro amore, ricordando che i figli hanno bisogno di modelli, non di critiche. Progredirai più in fretta se ti sforzerai costantemente di mostrare loro il tuo lato migliore. E anche se agli occhi del mondo tu sei un fallito, ma hai una famiglia che ti ama, sei una persona di successo.


5 - Costruisci questo giorno sulle fondamenta di pensieri positivi. Non affliggerti per le imperfezioni che temi possano ostacolare i tuoi progressi. Ricordati, ogni volta che sarà necessario, che sei una creatura di Dio e hai la forza di realizzare qualsiasi sogno elevando i tuoi pensieri. Potrai volare quando deciderai di essere in grado di farlo. Non ripensare più alla sconfitta. La scia che la visione che hai nel cuore entri nei progetti della tua vita. Sorridi!


6 - Lascia sempre che le tue azioni parlino per te, ma stai in guardia contro le terribili trappole del falso orgoglio e della presunzione che possono fermare i tuoi progressi. La prossima volta che sarai tentato di vantarti, immergi la mano in un secchio pieno d ‘acqua e, quando la toglierai il buco rimasto nell’acqua ti darà la giusta misura della tua importanza.


7 - Ogni giorno è un dono speciale di Dio e, anche se la vita può non essere sempre giusta, non devi mai permettere che i dolori, le barriere e gli ostacoli del momento rovinino il tuo atteggiamento e i tuoi progetti per te stesso e il tuo futuro. Non potrai mai vincere se indosserai il terribile mantello dell’autocommiserazione: il suono spiacevole del lamento caccerà via di sicuro tutte le opportunità di successo. Non farlo mai più. C’è un modo migliore.


8 - Non riempire più i giorni e le notti di cose così futili e poco importanti da non avere il tempo di affrontare una vera sfida quando ti capita di incontrarne una. Questo vale sia per il tempo libero che per il lavoro. Un giorno in cui non si sia fatto altro che sopravvivere non merita di essere festeggiato. Non sei qui per sciupare ore preziose, visto che, cambiando leggermente la tua routine, avresti la possibilità di ottenere risultati migliori. Smettila di impegnarti con delle stupidaggini, smettila di nasconderti dal successo. Trova del tempo per crescere. Adesso. Non do mani, adesso!


9 - Vivi questo giorno come se fosse l’ultimo. Ricordati che “domani” esiste solo nel calendario degli sciocchi Dimentica le sconfitte di ieri e ignora i problemi di domani. Ecco. Il giorno del giudizio. Tutto quello che hai. Rendilo il giorno migliore dell’anno. Le parole più tristi che tu possa mai pronunciare sono: «Se potessi tornare indietro…» Afferra la vita con le mani, adesso! Questo è il tuo giorno! La maggior parte dei falliti si comporta come se avesse ancora mille anni da vivere davanti a sé. Alcuni dormono due o tre ore per notte più del necessario


10 - Tratta chiunque incontri, amico o nemico, amato o estraneo, come se dovesse morire a mezzanotte. Estendi a ogni persona, anche se si tratta di un rapporto superficiale, tutta l’attenzione, la gentilezza, la comprensione e l’amore che puoi dare, e fallo senza pensare a un’ eventuale ricompensa. La tua vita non sarà mai più la stessa.


11 - Ridi di te stesso e della vita. Non con lo spirito di derisione o di lamentosa autocommiserazione, ma come se fosse un rimedio, una medicina miracolosa che allevia il dolore, cura la depressione e ti aiuta a vedere in prospettiva la sconfitta del momento apparentemente terribile. Caccia la tensione, le preoccupazioni e le inquietudini ridendo della tua condizione, liberando la mente per poter pensare tranquillamente alla soluzione che troverai di sicuro. Non prenderti mai troppo sul serio.


12 - Non trascurare mai le piccole cose. Non risparmiare mai quello sforzo ulteriore, quei pochi minuti in più, quella dolce parola di lode o di ringraziamento, quella conferma di quanto tu possa fare meglio. Non importa cosa pensino gli altri; importa invece ciò che tu pensi di te stesso. Non potrai mai fare del tuo meglio — che dovrebbe essere il tuo obiettivo costante — se aggiri gli ostacoli e ti sottrai alle responsabilità. Sei speciale, comportati come una persona speciale. Non trascurare mai le piccole cose!


13 - Accogli ogni mattino con un sorriso. Guarda il nuovo giorno come un altro dono speciale del tuo Creatore, un’altra opportunità d’oro per finire ciò che non hai potuto completare ieri. Cerca di essere una persona efficiente, che non perde tempo. Predisponi la prima ora della tua giornata nel segno del successo e delle azioni positive che seguiranno certamente. Oggi non si ripeterà un‘altra volta. Non sprecarlo con una falsa partenza o, peggio ancora, senza partire affatto. Non sei nato per fallire.


14 - Stabilisci degli obiettivi per la singola giornata: progetti non lunghi e difficili da realizzare, ma che ti portino, passo dopo passo, verso il successo finale. Scrivili pure, se vuoi, ma fai in modo che l’elenco non sia troppo lungo, per non dover rimandare a domani le cose che oggi non sei riuscito a portare a termine. Ricorda che in ventiquattr’ore non puoi costruire una piramide. Sii paziente. Non lasciare che il tuo giorno sia così pieno da dover trascurare gli scopi più importanti: fare meglio che puoi, goderti questa giornata e andare a dormire soddisfatto di ciò che hai raggiunto.


15 - Non permettere mai a nessuno di guastarti la festa e far così scendere un velo di tristezza e di sconfitta sulla tua giornata. Ricordati che per scoprire cosa c‘è che non va non è necessario alcun talento, alcun sacrificio, alcuna capacità intellettiva. Niente dall’esterno può avere effetti su di te a meno che non sia tu a permetterlo.


16 - Cerca il seme del bene in ogni avversità. Impadronisciti di questo principio e avrai con te un prezioso scudo per proteggerti quando dovrai at traversare le valli più oscure. Si possono vedere le stelle nel fondo di un pozzo anche quando non le si può ammirare dalla cima di una montagna. Così, nelle avversità, imparerai delle cose che, senza problemi, non avresti mai scoperto. C ‘è sempre un seme del bene. Trovalo e fallo crescere.



17 - Renditi conto che la vera felicità è dentro di te. Non perdere tempo e non fare sforzi inutili per cercare soddisfazione, gioia e serenità nel mon do esterno. Ricordati che la felicità non consiste nell’avere ma solo nel dare. Porgi una mano. Condividi. Sorridi. Abbraccia. La felicità è un profumo che non puoi versare sugli altri senza ritrovarti con qualche goccia addosso.


lunedì 8 novembre 2010

La stella Acabar di Og Mandino (Riassunto)


La stella Acabar di Og Mandino

RIASSUNTO


Tulo era un bambino che viveva in un piccolo villaggio di nome Kalvala, all'estremo nord della Terra, era figlio di Pedar e Inga Mattis, la loro sussistenza, come quella della maggior parte dei loro vicini, era legata all'allevamento delle renne. Il branco dei Mattis era di quasi duecento esemplari e forniva latte, carne, vestiti e persino denaro. Nessuna parte della renna andava sprecata.

I ricordi più cari del piccolo Tulo erano di quando lui e il suo papà, nei giorni bui dell'inverno, quando il sole scompariva per due mesi circa, se ne stavano con la tenda in montagna a occuparsi delle renne, e poi si scaldavano vicino al fuoco. Tulo, quando trascorreva questi momenti con il padre ne approfittava per fare domande su tutto ciò che lo incuriosiva e che voleva conoscere del mondo, delle stelle, della vita.

Ben presto Pedar si rese conto che il figlio aveva una intelligenza particolare e d'accordo con la moglie, decisero di iniziarlo un anno prima a scuola, dato che il padre non era più in grado di dare risposte alle sue domande. Anche a scuola, la spiccata intelligenza del piccolo venne notata dal maestro, Arrol, che li andò a trovare per esprimergli il suo entusiasmo per il prodigioso Tulo e il suo disagio in quanto, oltre ad essere molto più avanti di tutti gli altri bambini, aveva anche letto tutti i libri della bibblioteca e ne chiedeva altri.

In seguito alla visita del maestro, il sig. Mattis decise di far ordinare tutti i libri che il maestro avrebbe ritenuto adatti e li avrebbe pagati di tasca sua, pur di coltivare il genio di Tulo. Nel frattempo la famiglia Mattis cresceva con l'arrivo di una sorellina Jaana.

Quando tornò la primavera la famiglia si spostò a Nord insieme alle renne. Per tutta l'estate Tulo lesse, studiò e scrisse. Quando, poi, non era impegnato fra i libri, il suo interesse erano gli aquiloni, già dalle prime settimane di scuola aveva studiato come si facevano e ne era rimasto affascinato, per cui adesso li costruiva, li faceva volteggiare finchè una corrente d'aria non li spingeva giù a schiantarsi.

All'arrivo dell'autunno veniva fatto un raduno, dove ognuno riconosceva le proprie renne e le prendeva al cappio come in un rodeo, per ben quattro anni, avevano sempre vissuto questo momento in modo felice e spensierato e della cattura si era occupato Pedar, ma un anno decise che era giunto il momento che anche il figlio partecipasse, Inga era molto preoccupata, perchè mentre tutti gli altri ragazzi tutte le estati si erano allenati per partecipare al raduno, Tulo aveva solo letto. Pedar non volle sentire ragioni e Tulo partecipò. Giunti quasi alla fine, Tulo insistette per fare lui una cattura, si trattava di una renna non molto facile da prendere e complice anche una piccola distrazione Tulo fu trascinato via con lei, il padre si gettò su di lui per aiutarlo e il ritorno a casa fu quantomai triste e luttuoso. Tulo riportò una grave ferita a una gamba mentre il padre perse la vita.

Il giovane passò molti mesi a letto impossibilitato a muoversi, ognuno che lo andava a trovare gli lasciava un regalo, i due più importanti furono un libro mastro di colore verde regalatogli dallo zio Varno come diario e la spinta morale giustà per riprendere a camminare del maestro Arrol.

Tulo riprese lentamente a camminare, e in primavera zoppicando si recò con la madre e la sorellina a nord, dove la madre aveva deciso di vendere oggetti artigianali ai turisti, voleva mantenere la promessa fatta insieme al marito di mandare Tulo all'università. Il lavoro fu talmente tanto che Inga si ammalò e morì. I due fratelli rimasero così soli.

Tulo per un pò abbandonò le sue letture e i suoi scritti e passava buona parte del tempo a pensare come potersela cavare lui e la sorellina. Presto venne l'inverno, iniziò a nevicare e ascoltando la radio Tulo sentì che stava per arrivare una terribile tempesta che sarebbe durata molto. Subito preparò le renne e corse all'unico negozio di kalvala per fare rifornimenti,

trovò il negozio pieno di gente e le provviste stavano per finire, per ciu tornò qualche ora dopo a casa con un sacco farina e tre candele. Lo zio Varno, preoccupato, passò da casa dei ragazzi per chiedere loro di andare a vivere a casa sua, almeno finchè non fosse finita la tempesta, nonostante l'insistenza i ragazzi, sicuri di farcela, rimasera nella loro capanna.


Tulo continuava a pensare alle parole della mamma circa Dio e l'albero che avevano nel prato, Inga diceva al figlio che il Signore ascolta sempre e a tempo dà le risposte e, proprio prima di morire gli disse di occuparsi della sorella, ricordarsi sempre che il suo destino andava al di là di Kalvala, quindi di allargare i propri orizzonti. Dio e l'albero delle stelle lo avrebbero aiutato.


Una Notte Tulo sognò la madre, un aquilone, l'albero delle stelle, un sogno triste e bello allo stesso tempo, come gli disse la sorella Jaana, così l'indomani decise di costruire un acquilone molto grande e si recò in paese con la sorella per comprare tutto il filo che c'era a disposizione, dopo andò vicino all'albero e fece volare il suo acquilone, finchè c'era filo, finchè scomparve fra le nuvole, e continuava a salire sempre di più. A un certo punto i fermò. Sembrava fosse bloccato, allora Tulo iniziò a tirare con forza, il filo ai suoi piedi si accumulava, e lui tirava fino a quando una luce lo accecò, aveva preso una stella. La stella Acabar, che lo guidava da quando era nato e si era lasciata catturare perchè credeva in lui e nelle sue grandi potenzialità e voleva aiutarlo in un momento di difficoltà perchè non si arrendesse. Jaana convinse il fratello che in un momento così difficile per il villaggio, di tormenta, oscurità e freddo, non era giusto che tenessero la stella solo per loro ma bisognava donarla. La stella fu orgogliosa della decisione e si rese disponibile ad essere spostata, bisognava solo decidere dove portarla, in città dove a primo acchitto dissero che spettava ai bambini decidere, successivamente il proprietario dell'unico negozio, il pastore, il maestro, il dottore, volevano tutti per sè la stella ognuno con le sue ragioni. Non riuscendo a trovare altri accordi decisero che ognuno avrebbe tenuto la stella per due settimane, fino al ritorno del sole, quando Tulo l'avrebbe legata all'aquilone e riportata in cielo.

Così si decise di fare, la stella Acabar aveva promesso a Tulo di dettargli Credenda, da scrivere nel suo libro verde e che lui si sarebbe impegnato a diffondere nel mondo, ma vennero così presto a prenderla che dovettero rimandare. Annodarono una corda attorno alla stella e iniziarono a tirerare, ma la stella cadde e si frantumò.

Tulo cadde nella disperazione, mentre i suoi vicini a turno lo andavano a trovare, chiedendogli di prendere un'altra stella e di donarla, ora alla chiesa, ora al negozio, ora all'ospedale, e così via..... Dopo un pò di riflessioni e con l'appoggio dello zio Varno, Tulo decise di ritentare e così presero un'altra stella, Lirra.

Lirra gli spiegò che molte stelle sono persone che hanno fatto qualcosa di importante, e che Acabar non era morta veramente la sua anima era viva a con un pò di anni sarebbe tornata a rispledere, come i genitori di Tulo, e molte altra persone. Stavolta la stella non venne spostata, gli abitanti di kalvala si resero conto di essere stati egoisti a volerla ognuno per sè e decisero di lasciarla sull'albero. Lirra dettò a Tulo la Credenda e lui promise che avrebbe fatto di tutto per farla conoscere.


Quando tornò il sole, si organizzarono per far tornare Lirra in cielo, la legarono all'acquilone e mentre saliva Tulo si legò ad essa e sparì con lei in cielo. Gli abitanti di Kalvala si sentirono in debito nei confronti di Tulo e decisero di far conoscere la sua storia, il maestro prese il libro verde e cercò di farlo pubblicare, ma non ebbe risultati, così per anni il libri rimase nei suoi scaffali ad impolverarsi, finchè la moglie di disse di restituirlo a Jaana, come dono di nozze, il marito di Jaana era in politica per cui si allontanarono da villaggio, ebbero un figlia Inga, che come tutti i bambini portò loro fortuna. Il marito di Inga, andò a lavorare nella delegazione del comitato dell'Assemblea Generale, e un giorno mentre insieme erano in terrazza videro Tulo, fra le stelle le cielo.






venerdì 5 novembre 2010

Un sorriso in una lacrima di Eros Otto

Un sorriso in una lacrima di Eros Otto

Recensione di Enza Iozzia

Eros Otto è un giovane siciliano autore di : - Un sorriso in una lacrima, (da Kimerik Editrice Pag. 84 Euro 12,00) , con forza d ' animo e coraggio ha deciso di raccontarsi tra le righe di questo piccolo romanzo , pieno di emozioni e traumi da lui stesso subiti e vissuti.Non è facile a volte neanche immaginarle, ma nel Volume, lui mette in evidenza sofferenze, ansie e sentimenti che lui stesso (Eros) prova a causa di un trauma psichico di origine sessuale subito durante la sua infanzia.

Grazie ad un confidente quasi irreale ,un anziano del paese, un uomo tagliato dalla società , ma che che con la curiosità di un bambino ascolta le vicissitudini del nostro protagonista che pian piano riesce ad aprirsi e a trovare la chiave della sua serenità! A mio avviso dunque gli va riconosciuto il merito di essere riuscito non solo a guarire da ferite così profonde ma anche quello di essersi proposto come esempio a persone che hanno vissuto esperienze analoghe.

Lui stesso dichiara nel suo libro nella nota finale : "Ad alcuni potrà sembrare una storia come tante, altri penseranno che sia tutto inventato ...non importa. Ritengo che Eros Otto attraverso questa pubblicazione, abbia dimostrato praticamente che, talvolta è possibile riappropriarsi della propria vita anche quando questa viene messa duramente alla prova.

Enza Iozzia

lunedì 1 novembre 2010

Il fantasma di Canterville di Oscar Wilde


Il fantasma di Canterville di Oscar Wilde

letto dal circolo letterario la Rosa Bianca


Il fantasma di Canterville di Oscar Wilde è un celebre racconto umoristico giovanile, tratta di un ministro del parlamento americano, Hiram B. Otis, che si trasferisce in Inghilterra insieme alla famiglia, composta da moglie, figlio maggiore Washington, due gemelli pestiferi e dalla giovane Virginia, andando ad abitare nel castello di Canterville, pur sapendo che tale castello è infestato da un fantasma, l'antico proprietario, Sir Simon de Canterville, che aveva ucciso la moglie Lady Eleonore de Canterville e poi era scomparso nel nulla. Nessuno ha più il coraggio di avvicinarsi al castello e moltissime persone sono fuggite terrorizzate o sono rimaste sconvolte.

Deciso a far scappare i nuovi proprietari dal suo castello, il fantasma tenta di spaventarli in tutti i modi, usando anche degli stratagemmi che da secoli non usava, ma invano. Gli Otis, infatti, non sono per nulla spaventati e rispondono ironicamente a ogni tentativo fallito del fantasma e gli parlano tranquillamente, burlandosi di lui (il quale fa apparire macchie di sangue, rumoreggia con le sue catene, ulula la notte). Infine, la famiglia Otis instaura un certo rapporto con lo spettro, il quale è ormai depresso perché non riesce a far spaventare più nessuno, anzi lui stesso è spaventato dagli scherzi dei due gemelli.

Un giorno Virginia, di ritorno da una cavalcata con il giovane promesso, sente piangere e trova il fantasma, con cui inizia a parlare e che poi aiuta a trovare la via per salvarsi: Virginia prega Dio di perdonare le colpe del fantasma e di farlo morire definitivamente.

lunedì 25 ottobre 2010

Il gigante egoista di Oscar Wilde


Il gigante egoista di Oscar Wilde



letto dal Circolo letterario "La rosa bianca"



Il gigante egoista è una racconto di Oscar Wilde appartenente alla raccolta Il principe felice e altri racconti.

Il Gigante, aveva lasciato il suo castello per sette anni, al ritorno trovò molti bambini che giocavano nel suo giardino ed erano felicissimi. Ma il Gigante, infuriato, li scacciò tutti e vietò l'ingresso a chiunque.
Così nessun bambino entrò più in quel giardino. Quando in tutta la città arrivò la primavera; l'unico posto in cui era ancora inverno era il giardino del Gigante che rimase orribile e freddo.
Ma un giorno, dal suo letto sentì un uccellino cantare e gli sembrò la canzone più bella che avesse mai sentito. Guardò fuori e vide che la Primavera era arrivata e con lei erano tornati i bambini. Così il Gigante si accorse di quanto egoista era stato e, vedendo un bambino che a causa della sua minuta statura non riusciva a salire su di un albero (come tutti gli altri), si commosse. Quindi si avvicinò al bambino e, sollevandolo da terra, lo pose sopra l'albero. Il bambino fu davvero felice e per gratitudine baciò il Gigante.
Tutti i giorni seguenti, i bambini tornavano nel giardino tranne quello piccolo che lui aveva aiutato, finchè un giorno, quando il Gigante era ormai molto vecchio e stanco arrivò anche quel piccolo bimbo che felicissimo e corse verso di lui. Quando il Gigante vide che il bambino perdeva sangue dalle mani e dai piedi domandò cosa gli era successo. Il bambino rispose che erano le ferite dell'Amore e che, poiché una volta il Gigante gli aveva permesso di giocare nel suo giardino, ora lui gli avrebbe permesso di giocare nel suo che era il Paradiso: quel bambino che aveva baciato il Gigante infatti non era altro che Gesù Bambino. Quando i bambini tornarono nel giardino per giocare, trovarono il Gigante disteso per terra, morto.